Guardare non è vedere: la storia dell'arte come esperienza multi-percettiva

Le neuroscienze ci insegnano che la percezione non è una copia fedele della realtà, ma un processo attivo e costruttivo. Quando i nostri studenti guardano un’opera, il loro cervello formula continuamente ipotesi basate su stimoli ambientali (bottom-up) e conoscenze pregresse (top-down).

Non tutte “vediamo” allo stesso modo ed è questo è il punto di forza della nostra comunità:

  • Alcuni di noi hanno un’elaborazione locale : ovvero, notano il singolo dettaglio della pennellata prima dell’intera composizione (comune nell’autismo).
  • Altri hanno un filtro attentivo instabile : sono attratti dalla novità, dal movimento e dai contrasti cromatici più forti (tipico dell’ADHD).
  • Per altri ancora, il testo critico che accompagna l’opera può risultare un carico cognitivo eccessivo , rendendo la lettura poco fluida.

Buona pratica: “Il Curatore inclusivo”

Per applicare l’Universal Design for Learning (UDL) , dobbiamo presentare l’arte attraverso diverse modalità. La sfida è offrire opzioni per le “reti di riconoscimento” (il cosa dell’apprendimento).

L’Attività: sceglere un’opera d’arte e presentala alla classe offrendo tre modalità di connessione:

  1. Fornire una mappa concettuale o uno schema che evidenzi le parole chiave e i collegamenti tra i concetti dell’opera.
  2. Registrare o offrire una breve descrizione audio che narri non solo la storia, ma anche le sensazioni tattili o sonore che l’opera suggerisce.
  3. Chiedere agli studenti di associare un’emozione o un contesto ambientale all’opera, ricordando che la percezione è modellata dai nostri stati emotivi.

L’obiettivo? Rimuovere le barriere percettive e sensoriali affinché ogni studente possa dare un significato personale e significativo all’esperienza artistica.

In FEM con il team di UDL @Cari_Fro stiamo preparando alcuni scenari didattici proprio su queste tematiche.
Se vuoi saperne di più e vuoi provare l’attività, commenta il post :wink:

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