Che legame c’è tra il titolo ed il contenuto di un’opera d’arte?
Oggi voglio parlarvi di un libro che esplora proprio questa aspetto, ovvero della “costruzione” del titolo.
Stiamo parlando de**“La Fabrique du titre. Nommer les œuvres d’art”**, curato da Pierre-Marc de Biasi, Marianne Jakobi e Ségolène Le Men (CNRS Éditions).
Ecco alcune considerazione ricavate dal libro che cambieranno il modo di guardare un’opera d’arte:
Il titolo non è un’etichetta, è un processo 
Secondo la critica genetica, disciplina letteraria nata negli anni Settanta in Francia che sposta l’attenzione dal testo finito al processo che l’ha generato, il titolo non nasce quasi mai “finito”. Esiste un vero e proprio “dossier genetico” fatto di ripensamenti e varianti. Si parla di “disgiunzione dai mezzi”: l’opera è visiva, il titolo è verbale.
Questa tensione tra immagine e parola non è un limite, ma rappresenta ciò che orienta il nostro sguardo e la nostra interpretazione.
2. Designare, Denominare o Nominare? 
La linguistica ci aiuta a capire che non tutti i titoli hanno lo stesso “peso” :
- Designazione: un atto puramente logistico (es. “Quadro n. 5”).
- Denominazione: l’uso di categorie standard (es. “Paesaggio”).
- Nominazione: il vero atto creativo, dove l’artista usa le parole per rivelare una visione o creare un enigma.
3. Il potere “scandaloso” delle parole: Il caso Olympia 
Ad esempio, il titolo di Olympia di Manet fu determinante per lo scandalo che suscitò! All’epoca, “Olympia” era un nome d’arte tipico delle prostitute parigine. Nominando così il quadro, Manet stava dichiarando apertamente l’identità sociale del soggetto, sfidando il perbenismo borghese.
4. Usare la lingua dell’altro: Gauguin 
Paul Gauguin portò la linguistica nell’arte usando titoli in lingua maori per le sue opere tahitiane. Non era solo esotismo: usare una lingua straniera serviva a estraniare lo spettatore e a proteggere il mistero dell’immagine, impedendo una lettura troppo semplice o descrittiva. Qui sotto l’opera " ***Aha oe feii?***dove in basso a sinistra si può notare il titolo dell’opera
5. Il paradosso del “Senza Titolo” 
Anche decidere di non dare un nome è un atto linguistico potente. Il “Senza Titolo” (Untitled) non è un vuoto, ma una precisa strategia per rifiutare narrazioni imposte e lasciare lo spettatore solo davanti alla materia. Eppure, ironicamente, finisce per diventare un’etichetta esso stesso.
Questi sono alcuni punti affrontati nel libro che meritano un approfondimento ed una riflessione per quanto riguarda la ricezione di un’opera d’arte in rapporto al messaggio che ci vuole trasmettere.
Tu ci avevi mai pensato? ![]()

