Un motivo in più per dire addio agli stili di apprendimento

Da molti anni è diffusa ovunque — nelle scuole, nei corsi di formazione, nei colloqui con i genitori — l’idea che ogni studente abbia un “proprio” stile di apprendimento: c’è chi sarebbe più visivo, chi più uditivo, chi impara meglio “con le mani”. È una teoria rassicurante: offre una spiegazione rapida delle differenze tra gli alunni e suggerisce una strada semplice per adattare l’insegnamento.
Peccato che la ricerca continui a mostrarci che questa idea non sta in piedi.

Ma c’è di più. Uno studio recente ha provato a capire non tanto se gli stili di apprendimento funzionino (non ci sono prove solide), ma che cosa succede alle nostre percezioni quando crediamo che un bambino appartenga a una categoria o a un’altra. I ricercatori hanno presentato a insegnanti, bambini e genitori alcuni profili di studenti descritti (falsamente) come “visual learners” o “hands-on learners”, osservando come venissero valutati.

Il risultato è sorprendente, e un po’ inquietante: i bambini descritti come “visivi” venivano sistematicamente considerati più intelligenti rispetto a quelli etichettati come “pratici”. Non solo: veniva attribuito loro un potenziale maggiore nelle materie principali — matematica, italiano, storia — mentre ai “pratici” venivano assegnate competenze migliori solo in attività artistiche, motorie o creative. In altre parole, una semplice etichetta orientava in modo potente le aspettative di adulti e coetanei.

Il problema non è solo teorico. Le aspettative che nutriamo verso i nostri studenti, anche quando non ce ne accorgiamo, influenzano ciò che proponiamo, come li seguiamo, le opportunità che offriamo. Se pensiamo che un bambino sia “visivo”, potremmo essere più inclini a considerarlo adatto a certe materie e meno ad altre. Se crediamo che un altro “impari con le mani”, potremmo — senza volerlo — ridurre la complessità delle sue possibilità, immaginandolo meno portato per il ragionamento astratto.

È così che un neuromito apparentemente innocuo diventa un filtro: una lente che ci fa vedere meno, non di più.

La buona notizia è che la didattica efficace non passa per le etichette, ma per la varietà: lezioni multimodali, attività diversificate, materiali che permettono agli studenti di usare più strade cognitive, non perché ne esista una “dominante”, ma perché il cervello impara meglio quando viene stimolato in modi diversi. Ogni alunno è più complesso della categoria in cui rischiamo di incasellarlo.

Lo studio ci offre dunque un invito prezioso: abbandonare l’idea degli stili di apprendimento non significa perdere uno strumento, ma liberarsi di un filtro distorto, aprendo lo spazio per guardare gli studenti per ciò che realmente sono, non per ciò che pensiamo dovrebbero essere.

https://www.nature.com/articles/s41539-023-00190-x

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Buongiorno Alessandro, prima di tutto mi complimento con te per il tuo impegno e per la tua capacità di studio e diffusione di conoscenza. Proponi veramente tanto materiale interessante. Tutte/i voi lo fate in FEM con impegno e passione.

Mi ero riproposto di rispondere a questa tua pubblicazione sugli stili di apprendimento. Mi ha fatto tornare in mente uno speech di “team building” che ho tenuto nel 2019 nella scuola che dirigevo in Egitto… a tutto il personale docente, ma estesa proprio a tutto il personale, uffici vari, dirigenza del fondo titolare della scuola, personale di manutenzione, pulizie, tutti insomma. D’altra parte io in questa scuola rivestivo il ruolo di team leader, non specificamente di esperto di didattica, che d’altra parte non sono.

In breve, la mia lezione, tradotta chissà come in arabo e proprio per questo pensata e svolta tutta attraverso un paio di miei disegni-schemi… intendeva far passare un messaggio piuttosto semplice: siamo singolarmente persone piuttosto diverse l’una dall’altra e possiamo ragionare sulle dominanti e sulle subordinate che spiegano i nostri pensieri e i nostri comportamenti, senza però arrivare a capirli fino in fondo.. e su questo ragionare possiamo modellare un percorso di crescita personale verso quello che profondamente desideriamo e soprattutto verso una rispettosa relazione con l’altro.

Possiamo e dobbiamo dotarci di una cassetta degli attrezzi per provare a capire noi stessi e l’altro. Possiamo e dobbiamo studiare e capire, tra l’altro, le teorie dei tipi psicologici. Possiamo dotarci di parole per parlarne e questo è fondamentale per trovarle utili, ma soprattutto povere e limitate… e in questo modo imparare ad accettare la nostra individuale complessità e proiettarla sugli altri.

Cosa resta allora di quelle parole e di quel ragionare di “tipi”? Resta che in qualsiasi relazione si può esser certi che nell’altro, specie se plurale, ci sia un po’ di estroversione, di introversione, di chimica del sentimento, di pensiero, di intuizione, di sensibilità… parole utili per sgrossare un mistero, che resta tale. Incontrare il proprio mistero è riconoscere che molto probabilmente ha lo stesso grado di complessità di quello di chiunque altro.

Ancora grazie

Mauro