L’arbitrarietà del linguaggio: perché le parole non “somigliano” alle cose

Quando si studia una lingua, uno dei concetti più importanti (e spesso più controintuitivi per gli studenti) è quello di arbitrarietà del segno linguistico.

In parole semplici: non esiste un legame naturale tra le parole e ciò che indicano.

La parola albero, per esempio, non “assomiglia” a un albero. Non c’è nulla nei suoni a-l-b-e-r-o che richiami necessariamente un tronco, delle foglie o delle radici. Potremmo chiamarlo diversamente, come infatti fanno altre lingue, e continuerebbe a funzionare lo stesso. Il significato non è intrinseco nei suoni, ma nella convenzione condivisa da una comunità linguistica.


Ci si potrebbe chiedere: le onomatopee “rompono” questa regola?

A prima vista sembrerebbe così. Parole come:

  • bau bau
  • miao
  • din don
  • crash
  • boom

sembrano avere un legame diretto con i suoni del mondo reale. Eppure, come osserva anche la tradizione linguistica italiana (ad esempio nelle consulenze dell’Accademia della Crusca), le onomatopee non sono universali né identiche tra le lingue: cambiano da sistema a sistema, proprio come tutte le altre parole di ogni lingua.

Osserviamo il verso della papera, per esempio:

Questi esempi mostrano come anche le onomatopee siano convenzionali, cioè “arbitrarie” dentro i limiti del sistema linguistico che le accoglie.
Ogni lingua:

  • seleziona quali aspetti del suono imitare
  • li adatta ai propri fonemi possibili
  • li trasforma in parole riconoscibili dai parlanti

In altre parole, anche quando la lingua sembra “imitare la realtà”, in realtà la sta rielaborando secondo le proprie regole interne.


Un punto interessante: tra arbitrarietà e “somiglianza”

Le ricerche linguistiche più recenti invitano a una visione meno rigida: il linguaggio non è fatto solo di arbitrarietà, ma anche di forme di iconicità, cioè casi in cui il suono sembra mantenere una relazione intuitiva con il significato.

Un esempio famoso è il cosiddetto effetto bouba/kiki: quando si chiede alle persone di associare due forme a due parole inventate, la maggior parte tende a collegare “bouba” a una forma rotonda e morbida e “kiki” a una forma appuntita. Questo accade in culture e lingue diverse, suggerendo che alcune associazioni suono-forma possono essere in parte condivise.

Non significa che le parole “somiglino” alle cose in modo naturale, ma che il linguaggio può sfruttare anche tendenze percettive comuni, dentro comunque un sistema che resta largamente convenzionale.

:books: Per approfondire:
Un articolo interattivo che esplora in modo visuale e comparativo la variabilità del linguaggio tra lingue diverse :point_right: How do animals sound across languages?
Uno studio del Max Planck Institute :point_right: Arbitrariness, Iconicity, and Systematicity in Language
Un articolo sull’effetto bouba/kiki :point_right: The bouba/kiki effect is robust across cultures and writing systems

:speech_balloon: Ci sono parole che sembrano vi assomigliare all’oggetto/concetto a cui si riferiscono?

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