Giovani e media: un rapporto difficile da studiare e analizzare

Ogni generazione adulta ha avuto la sua versione dei giovani che “stanno andando a rotoli” (vedi le analisi in Acerbi, A. (2025). Tecnopanico. Media digitali, tra ragionevoli cautele e paure ingiustificate. Il Mulino).

Eppure i dati raccontano una storia più articolata. Diversi studi citati in un articolo di Scientific American documentano che i giovani di oggi mostrano maggiore autocontrollo rispetto alle generazioni precedenti, con un uso di droghe e alcol in diminuzione — tendenza confermata anche dai dati europei e italiani del progetto ESPAD. Come spesso delineato durante gli incontri di FEM, spesso le affermazioni del mondo adulto sono frutto di bias cognitivi, come nel caso dalla ricerca di Protzko e Schooler (2019): ogni adulto tende a proiettare sui giovani i propri valori, confondendo il cambiamento con il declino. Sono i bias cognitivi in azione, non l’evidenza empirica.

Informarsi diversamente non significa non informarsi

Secondo un’analisi condotta da Reuters Institute su un campione di giovani tra i 18 e i 24 anni in nove paesi (Regno Unito, USA, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Spagna, Giappone e Brasile), si registra un significativo cambiamento nelle abitudini di informazione.

I social media sono diventati la fonte principale di notizie per questa fascia d’età, raggiungendo il 39% (un forte aumento rispetto al 21% del 2015).

Al contrario, le fonti di informazione più tradizionali hanno subito un calo:

  • Siti di news: 24% (dal 36%)

  • TV: 21% (dal 28%)

  • Radio: 4% (dal 6%)

  • Carta stampata: 4% (dal 6%)

Le piattaforme visuali dominano l’accesso alle notizie in questo gruppo demografico:

  • Instagram: 30%

  • YouTube: 23%

  • TikTok: 22%

  • X: 20%

In particolare, Facebook ha visto il crollo maggiore, passando dal 53% al 16% nell’arco di nove anni.

I giovani preferiscono creator individuali rispetto ai brand giornalistici tradizionali (51% contro 39%), spesso cercando chi rende le notizie più comprensibili e dirette.

Social media e salute mentale: un rapporto più complesso del previsto

Anche sul fronte della salute mentale, la narrazione dominante merita qualche precisazione. Una ricerca di Fassi e colleghi (2025) mostra che gli adolescenti con condizioni di salute mentale preesistenti tendono a usare i social in modo più intenso e meno soddisfacente — suggerendo che spesso il disagio precede l’uso problematico, non il contrario. Orben e colleghi (2024) confermano che le app di social networking si integrano con i processi di crescita del cervello producendo effetti sia positivi — relazioni, creatività, appartenenza — sia potenzialmente negativi, a seconda del contesto individuale.

I divieti da soli non bastano

Si può credere che la restrizione, il divieto o il blocco nell’uso del digitale siano la soluzione naturale ai problemi delle giovani generazioni, ma anche in questo caso, la ricerca non fornisce risposte univoche che supportano tali metodi pedagogici. Lo studio SMART Schools su The Lancet non trova evidenze che le politiche di divieto totale degli smartphone durante la giornata scolastica migliorino il benessere degli studenti. Sandro van der Linden su Nature Health (2026) aggiunge che vietare l’accesso ai social a 16 anni, senza un percorso parallelo di alfabetizzazione digitale, significa soltanto spostare il problema in avanti — senza sapere se questo sia meglio o peggio di ciò che accade oggi.

Non solo i giovani, ma tutta la popolazione necessitano di percorsi di alfabetizzazione di base sulle tecnologie digitali, sulle loro caratteristiche di funzionamento e sulle dinamiche psicologiche e sociologiche inerenti, per potersi muovere con consapevolezza in un ecosistema digitale complesso. Questo è esattamente ciò che la media education persegue: non demonizzare le tecnologie né idealizzarle, ma capirne il funzionamento per usarle secondo i propri scopi e valori.

A seguito dell’esito del recente processo negli USA contro Meta e Google, in cui le 2 aziende sono state condannate, credi ci sarà un inasprimento delle politiche del divieto? Pensi che le aziende accusate apporteranno modifiche strutturali alle loro piattaforme? Credi che l’opinione pubblica sarà colpita al punto che ci sarà un calo degli utenti che utilizzano tali piattaforme?

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[!note]
Fassi, L., Ferguson, A.M., Przybylski, A.K. et al (2025). Social media use in adolescents with and without mental health conditions. Nat Hum Behav 9, 1283–1299. https://doi.org/10.1038/s41562-025-02134-4

Neuhaus, R., & O’Connor, E. (2025). The interplay between sensationalism and scientific information framing: Examining the representation of screen time research online and on social media in the United States. Journal of Children and Media, 19(3), 619–633. https://doi.org/10.1080/17482798.2025.2455566

Orben, A., Meier, A., Dalgleish, T., & Blakemore, S.-J. (2024). Mechanisms linking social media use to adolescent mental health vulnerability. Nature Reviews Psychology, 3(6), 407–423. https://doi.org/10.1038/s44159-024-00307-y

Protzko, J., & Schooler, J. W. (2019). Kids these days: Why the youth of today seem lacking. Science advances, 5(10). https://doi.org/10.1126/sciadv.aav5916