Avete mai giocato a Fiabe di Stoffa? È un gioco da tavolo cooperativo in cui siamo dei pupazzi di pezza che difendono una bambina dai mostri sotto il letto. Se poi lo guardiamo con gli occhi di un learning (o game!) designer, troviamo un sacco di cose applicabili alla didattica.
Il designer Moe Ash ha analizzato il gioco per ragionare su come progettare esperienze di apprendimento non lineari. Vi riporto i suoi spunti:
I bivi narrativi sono decisioni significative - Ogni scelta nel gioco altera il percorso: sfide diverse, finali diversi, impatto emotivo diverso. Se nelle nostre attività non lineari in classe il percorso di ogni studente è identico, non stiamo progettando per il coinvolgimento ma in modo compilativo: dobbiamo dare alle decisioni di chi gioca un peso reale e conseguenze visibili.
Il contesto cambia le regole - Fiabe di Stoffa non introduce regole rigide. Una meccanica che funziona nel primo capitolo potrebbe essere del tutto inutile nel secondo, perché è cambiato il contesto della storia. Spesso nella formazione ci impuntiamo sulle best practice ma la realtà richiede invece pensiero adattivo: dovremmo progettare attività che costringano gli studenti a rivalutare costantemente le proprie strategie in base al contesto.
Si impara anche smontando i giochi - I giochi non servono solo per divertire o aumentare il coinvolgimento; sono esperienze che riguardano motivazione, processi decisionali e architettura delle scelte. Se vogliamo progettare esperienze educative game-based, un ottimo punto di partenza è giocare come fossimo designer: perché questa cosa ha funzionato? Perché mi tiene incollata o incollato o qui? Come posso replicare questo effetto in una lezione?
Se Fiabe di Stoffa vi ha incuriosito, qui potete approfondire il suo regolamento. E voi? Vi è mai capitato di giocare a un gioco che vi ha fatto ragionare come game designer? Cosa avete pensato? L’avete poi usato in aula?

