Immagini in dialogo: una buona pratica di Visual Literacy

C’è una pagina online che, per molte persone interessate a immagini, arte e cultura visiva, è diventata negli anni un luogo di scoperta: l’archivio di Stephen Ellcock.

Nato sui social e cresciuto attraverso centinaia di migliaia di immagini, mette in relazione opere celebri e anonime, epoche lontane, simboli ricorrenti, manufatti, illustrazioni naturalistiche, arte tessile e culture differenti. Ellcock definisce questa pratica “alchimia delle immagini”: accostare immagini non per classificarle in modo rigido, ma per far emergere affinità, connessioni e nuove domande.

Credo che il parallelo con l’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg è quasi inevitabile. Anche Warburg costruiva tavole di immagini per mostrare come gesti, forme, simboli e “formule del pathos” attraversassero tempi e contesti diversi. Warburg non proponeva una storia dell’arte lineare, bensì invitava a pensare attraverso relazioni visive.

Naturalmente, i due progetti sono molto diversi. Mnemosyne era un dispositivo di ricerca storico-culturale costruito da Warburg, mentre l’archivio di Ellcock è un ecosistema digitale, aperto e in continua evoluzione.
Tuttavia, entrambi condividono una domanda fondamentale che ci consente di riflettere sul concetto di alfabetizzazione visiva: Che cosa impariamo quando osserviamo immagini in relazione, anziché una alla volta?

Per chi lavora nell’ambito dell’apprendimento questa domande è cruciale. Un’immagine non è mai soltanto l’illustrazione di un contenuto, ma porta con sé scelte, contesti, valori, memorie e omissioni. Mettere immagini in dialogo può aiutarci a:

  • riconoscere pattern visivi: colori, composizioni, gesti, simboli e materiali;

  • allenare l’osservazione lenta e l’interpretazione argomentata;

  • superare gerarchie consolidate tra “arte alta”, cultura materiale, oggetti quotidiani e produzioni anonime;

  • interrogare provenienza, accessibilità e assenze negli archivi, anche in relazione all’eredità coloniale;

  • riflettere criticamente sulla fragilità delle piattaforme e sul ruolo degli algoritmi nel decidere che cosa vediamo;

  • sviluppare competenze di verifica, particolarmente necessarie in un ambiente popolato anche da immagini e testi generati dall’AI.

Il suo nuovo libro, Ark, prosegue questo approccio attraverso animali e piante: non un catalogo della perdita, ma una celebrazione della ricchezza del vivente e di ciò che merita cura. Si tratta di una risorsa interessante per chi desidera progettare percorsi interdisciplinari tra cui arte, natura, scienze, geografia, memoria e responsabilità.

A questo proposito vi propongo un’attività da portare direttamente in classe:

Una tavola di Mnemosyne oggi”

Durata: 45–60 minuti
Età: dalla secondaria di primo grado in poi
Materiali: 12–20 immagini stampate o digitali, cartoncino nero o bacheca digitale, post-it.

  1. Proporre un tema visivo: ad esempio, cura, paura, trasformazione, viaggio, natura, potere oppure corpo. Il tema poi dipende sempre dall’obiettivo che si vuole raggiungere con i propri studenti

  2. In piccoli gruppi, ogni partecipante sceglie 4–6 immagini senza cercare subito titoli, autori o date.

  3. Il gruppo dispone le immagini su una tavola secondo affinità percepite: forme, colori, posture, gesti, simboli, direzioni dello sguardo o atmosfere.

  4. Ogni gruppo scrive un titolo e una breve “ipotesi di relazione”.

  5. Solo alla fine si ricercano provenienza, data e contesto delle immagini: il gruppo rivede la propria tavola e aggiunge una nota su ciò che ha confermato, complicato o smentito l’intuizione iniziale.

L’attività può essere svolta in modalità analogica ma anche in digitale utilizzando la piattaforma digitale Pinxit Studio.

Ecco qui alcuni immagini raccolte da Ellock :backhand_index_pointing_down:




Cosa ne pensate?
Se avete attività, buone pratiche che utilizzate parliamone insieme :wink:

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