Cosa significa, oggi, rendere visibile il patrimonio culturale? A questa domanda cerca di rispondere il volume “Costruire lo sguardo. Saperi metodi, esperienze”, curato da Elena Ippoliti e Andrea Casale (FrancoAngeli, 2026). Il testo raccoglie saggi, metodologie ed esperienze provenienti dal mondo della ricerca, della gestione istituzionale e della professione per esplorare l’atto di esporre e comunicare i beni culturali materiali e immateriali.
Ecco un’analisi dettagliata dei temi chiave affrontati nel libro, con un focus sulle necessità comunicative ed educative della nostra epoca.
Punti principali del volume: una mappatura in quattro sezioni
Il libro è strutturato come un percorso progressivo che analizza la visibilità da più punti di vista:
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La costruzione dello sguardo e del valore: La prima parte evidenzia che lo sguardo non è un atto naturale ma una competenza costruita. Le immagini, gli allestimenti e la grafica non servono a “illustrare” il bene, ma ne negoziano e ne costruiscono il valore culturale stesso nello spazio pubblico.
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L’etica e la responsabilità della visione: La seconda parte introduce una soglia critica, interrogandosi sui limiti e le ambivalenze dei dispositivi di mediazione. Si parla dell’impatto dell’ipervisibilità, della rappresentazione del corpo e delle tecnologie (come l’eye-tracking) usate per misurare l’esperienza dei visitatori.
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La governance delle istituzioni: La terza sezione esamina come musei, archivi e università gestiscano concretamente l’esperienza del pubblico attraverso scelte progettuali e museografiche situate.
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Le nuove tecnologie e la partecipazione: L’ultima parte si apre ai media contemporanei: dalle interfacce grafiche alla realtà aumentata, fino agli applied games (videogiochi applicati), in cui il pubblico interagisce attivamente con la rappresentazione del patrimonio.
Un aspetto fondamentale del libro riguarda i bisogni individuati dalla ricerca. In particolare, dall’analisi critica degli autori emergono tre bisogni fondamentali e urgenti per chi progetta la cultura oggi:
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Contrastare il consumo per eccesso: con la pervasività del digitale, il rischio non è l’assenza del patrimonio, ma la sua svalutazione attraverso la ripetizione di cliché visivi e fruizioni automatiche (come il fenomeno dei selfie). C’è il bisogno di creare “condizioni di visione” che aprano reali spazi di attenzione.
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Garantire l’inclusione e l’accessibilità intellettuale: Emerge il bisogno stringente di superare le barriere invisibili tra “utenti esperti” e “profani”. L’accessibilità non è solo l’ingresso fisico a un museo, ma la capacità di porre il pubblico nelle condizioni di comprendere i significati di ciò che incontra.
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Attivare la “Terza via” della tutela: Accanto al restauro materiale e alla digitalizzazione, esiste il bisogno di tutelare il legame tra comunità e bene culturale, poiché non vi è tutela senza conoscenza e non vi è conoscenza senza visibilità, la rappresentazione grafica diventa un’infrastruttura fondamentale per la conservazione sociale del patrimonio.
Alfabetizzazione visiva: lo sguardo come competenza
Il cuore teorico del volume risiede nel superamento dell’idea che la visione sia un fatto passivo. Nell’attuale contesto digitale (definito anche come uno scenario caratterizzato da un vero e proprio graphical turn), l’osservatore non contempla più l’immagine, ma vi interagisce, la modifica e la rimette in forma.
Proprio perché lo sguardo è storicamente e culturalmente mediato da dispositivi e codici, l’alfabetizzazione visiva (o graphical education) diventa una competenza di cittadinanza indispensabile. Senza un’adeguata educazione ai linguaggi visuali, il pubblico non possiede gli strumenti per distinguere, selezionare e interpretare criticamente gli stimoli visivi e il valore dei beni che lo circondano.
L’esigenza di fornire al pubblico “Alfabeti visivi”
Da qui discende l’esigenza cardine espressa dai curatori: chi progetta la comunicazione del patrimonio deve fornire al pubblico le grammatiche e gli alfabeti visivi necessari per decodificare il reale. Rendere accessibile il patrimonio non significa semplicemente esporlo o moltiplicare le visualizzazioni, ma dotare i visitatori dei codici di riconoscimento adatti. Mappe, infografiche, interfacce d’allestimento e soluzioni digitali devono essere progettate come infrastrutture trasparenti ed etiche. Fornire questi alfabeti visivi significa trasformare il visitatore da spettatore passivo a co-autore dell’esperienza culturale, garantendo che il patrimonio rimanga vivo e partecipato nel tempo.
Il libro consultabile in open acces qui
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