Cosa succede nel cervello quando impariamo a leggere? Una nuova ricerca sulla dislessia

Un recente studio pubblicato da un gruppo di ricercatori della Stanford University ha identificato un’area del cervello particolarmente importante per il riconoscimento del testo scritto: una regione della corteccia occipito-temporale sinistra che si attiva in modo selettivo davanti alle parole.

Nei bambini con dislessia questa regione risulta spesso più piccola o, in alcuni casi, poco sviluppata. Tuttavia, lo studio mostra che, dopo un percorso intensivo di potenziamento della lettura basato su pratiche supportate dalla ricerca, questa stessa area mostra cambiamenti misurabili. Diventa più definita, aumenta la sua risposta al testo scritto e la sua attività risulta maggiormente correlata alle prestazioni di lettura.

Come è stato condotto lo studio?

Per capire se l’insegnamento può modificare il cervello, i ricercatori hanno seguito un gruppo di bambini con dislessia (tra i 7 e i 13 anni) prima e dopo un percorso intensivo di potenziamento della lettura.

All’inizio dello studio, tutti i partecipanti hanno svolto prove di lettura e sono stati sottoposti a una risonanza magnetica funzionale (fMRI), che permette di osservare quali aree del cervello si attivano durante un compito. Successivamente, i bambini hanno partecipato a un programma di intervento basato su pratiche supportate dalla ricerca.

Al termine del percorso, gli stessi test e le stesse scansioni cerebrali sono stati ripetuti. Confrontando le immagini raccolte prima e dopo l’intervento, i ricercatori hanno osservato che la regione cerebrale specializzata nel riconoscimento del testo scritto risultava più sviluppata e maggiormente attiva durante la lettura.

Inoltre, come mostrato dal grafico, dopo l’intervento didattico siano aumentate anche le prestazioni di lettura dei bambini in 4 test diversi (si confrontino la linea rossa dei bambini con dislessia che hanno partecipato all’intervento didattico con la linea rosa dei bambini con dislessia che non hanno partecipato all’intervento).


Questa scoperta rafforza alcune idee ormai centrali nella Science of Reading.

La prima è che leggere non è una capacità innata. A differenza del linguaggio orale, il nostro cervello non nasce predisposto per la lettura: deve costruire progressivamente una rete neurale specializzata attraverso l’esperienza e l’insegnamento.

La seconda è che il modo in cui insegniamo conta. Gli interventi didattici utilizzati nello studio si basano su istruzione esplicita, lavoro sulla decodifica, consapevolezza fonologica e sviluppo della fluency, ovvero gli elementi che la ricerca internazionale indica da anni come fondamentali per sostenere l’apprendimento della lettura.

Infine, questo studio ci ricorda che il cervello è plastico, e anche in presenza di difficoltà specifiche come la dislessia, un intervento didattico ben progettato può modificare non solo le prestazioni osservabili, ma anche l’organizzazione delle reti neurali coinvolte nella lettura.

Per chi insegna, il messaggio è: ogni attività di lettura proposta in classe contribuisce, letteralmente, a costruire il sistema di lettura degli studenti. È un’ulteriore conferma del fatto che le scelte didattiche non influenzano solo ciò che gli studenti sanno fare, ma anche il modo in cui il loro cervello si modifica.

:books: Per approfondire:

:speech_balloon: Quali strategie o attività hai trovato più efficaci per sostenere gli studenti con difficoltà di lettura?

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